Dopo l'articolo sulle ottiche anamorfiche, la domanda che mi avete fatto più spesso è stata: «E le camere? Perché proprio Lumix?». È una bella storia, perché non parla solo di sensori e megapixel: parla di persone. E nel mio lavoro — che è fatto di fiducia, prima che di tecnica — le persone contano più delle schede tecniche.

Cambiare sistema è un salto nel vuoto

Chi non fa questo mestiere non immagina cosa significhi cambiare marchio di camere: anni di riflessi costruiti sui menù, ottiche accumulate, certezze operative che il giorno di un matrimonio valgono oro. Un matrimonio non concede seconde riprese: se sbagli, hai sbagliato per sempre. Per questo nessun professionista cambia sistema per moda. Si cambia solo quando qualcosa — o qualcuno — ti fa capire che dall'altra parte c'è di più.

Le persone, prima dei prodotti

Per me quel qualcuno è stato Dario Urso, responsabile FOWA, che negli anni è diventato prima un punto di riferimento e poi un amico. Non mi ha mai «venduto» nulla: mi ha messo le camere in mano, mi ha ascoltato, ha risposto alle mie perplessità di operatore che vive di matrimoni, dove l'affidabilità non è negoziabile. E accanto a lui c'è la professionalità di Federica Mazza di CineSud, il negozio di Montepaone Lido che per chi come me lavora nel Sud Italia è molto più di un negozio: è assistenza vera, consigli onesti e la certezza che se qualcosa si ferma il venerdì, sabato io sto comunque girando. Quando dietro un marchio trovi persone così, metà della scelta è già fatta.

Cosa mi ha conquistato delle Lumix

L'altra metà l'hanno fatta le camere. Le mie Lumix full frame mi hanno dato tre cose che nei matrimoni valgono oro. La tenuta in bassa luce: lavoro spesso a lume di candela, in chiese scure e ricevimenti illuminati da fili di lampadine, e il sensore full frame con le aperture luminose mi permette di non accendere mai un faro invadente. La stabilizzazione, che mi lascia muovere tra gli invitati leggero e senza carrelli, da ospite invisibile. E la registrazione open gate, che usa tutta l'altezza del sensore: per chi gira in anamorfico come me è una benedizione, perché sfrutta ogni millimetro di immagine che le mie Blazar proiettano.

Giuseppe Cimino mostra le funzioni della sua Lumix al collega Giuseppe Galatà, che la regge sul gimbal, sul set all’ora dorata
A reggere la camera è il mio collega Giuseppe Galatà. Quello dietro che parla e gesticola sono io: gli sto mostrando le funzioni nuove della Lumix e — lo ammetto — sto anche provando a convincerlo a cambiare marchio. Come sia andata a finire non ve lo dico. Intanto guardate la scena: campo aperto, ultimo sole, la camera sul gimbal. Niente carrelli da montare, niente fari da piazzare. Si va a piedi, e si gira.

Lumix + anamorfico: il matrimonio perfetto

È proprio l'incontro tra le Lumix e le mie ottiche anamorfiche Blazar Remus 1.5x a creare il look che riconoscete nei miei film: il formato largo da cinema, i flare dorati che tagliano i controluce, gli sfondi che si sciolgono in ovali morbidi. La foto di copertina di questo articolo mi ritrae sul set con la mia Lumix e l'anamorfica Blazar: nessun filtro aggiunto, solo vetro, sensore e la luce giusta.

Cosa cambia per voi

Tutto questo non è feticismo tecnico. Per voi significa: un operatore più leggero e discreto, che non trasforma il vostro ricevimento in un set; la sicurezza della doppia scheda che protegge ogni istante; e un'immagine che tra vent'anni avrà ancora il sapore del cinema, non di «un video». La tecnica migliore è quella che non si vede: si vede solo il film.

“La tecnica giusta è quella che sparisce, e lascia solo l'emozione.”

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